Il rametto tagliato di una pervinca, infilzato in una zolla di terra, che riempie a sua volta un piccolo buco lungo una mezzeria, ha suscitato una piccola discussione sulla pagina Instagram di Shutterguild.

Ho espresso apertamente (e non sono stato una voce isolata) la mia delusione, non tanto per la foto (che d’acchito, anzi, mi era piaciuta), ma perché l’autore l’ha pubblicata sul suo profilo accompagnata da una didascalia fuorviante: “Life”. Una pervinca non può esistere in quelle condizioni e, addirittura, avere delle gemme, come si può facilmente notare. Per questa ragione, una didascalia che richiamasse la locuzione “still life” avrebbe meglio raccontato lo scatto. Si può fare quello che si vuole, anche tagliare un ramo di pervinca per creare una composizione (astengansi da commenti i fondamentalisti della natura, salvo non abbiano mai regalato o ricevuto un mazzo di fiori), ma basta dirlo.

Nella discussione si è poi fatto un paragone fra l’autore e il Caravaggio (!): le sue nature morte, del resto, erano frutto (in tutti i sensi) di incoerenze, se è vero che Merisi raggruppò frutti dalle stagionalità differenti e, a quei tempi, non c’erano certo le pesche che arrivavano dall’Argentina sulle tavole in autunno. La differenza evidente sta nel fatto che Caravaggio, nella sua canestra di frutta riprodusse la realtà in maniera quasi ossessiva, non tralasciando alcun particolare, comprese la mela mangiata dal bruco, la foglia accartocciata del fico o la polvere sugli acini d’uva (allegorie della brevità della vita). Da una parte l’irreale commistione di frutti stagionalmente incompatibili, dall’altra la loro descrizione massimamente esatta. Il sogno, la realtà. Senza dimenticarci del Sabato del Villaggio di Giacomo Leopardi, nel quale “la donzelletta […]reca in mano un mazzolin di rose e di viole”. Quando è ben noto come i due fiori menzionati abbiano fioriture in mesi diversi: le viole in marzo, le rose in maggio. Ma a Giacomo Leopardi credo sia consentito questo, per ragioni eufoniche e metriche: o no?

A disilludere l’osservatore provvede, purtroppo, la citata didascalia che accompagna lo scatto dell’autore: perché lancia un messaggio ingannevole.